Intervista a Franco Dionesalvi
Da “la Provincia cosentina” del 21 giugno 2007, intervista di Eliseno Sposato
La stagione dei festival estivi sta per partire, tutto è pronto per una nuova visione ed una nuova idea della Festa delle Invasioni, che nei mesi scorsi ha suscito un dibattito a dire il vero mai entrato nel merito. Con una serie d’interviste cercheremo di capire dove sta andando al musica a Cosenza, quali sono le difficoltà che trovano i vari soggetti che operano nel settore e che negli anni scorsi hanno contribuito alla crescita culturale della città. Iniziamo questa serie d’incontri con Franco Dionesalvi che è stato l’ideatore della festa delle Invasioni.
Ripercorriamo quell’esperienza e cerchiamo di capire perché è avvenuto questo radicale cambio di rotta nella proposta di Invasioni edizione 2007.
Partiamo dalla fine. Questa edizione per come si presenta dalle anticipazioni del programma e per quello che mi è dato sapere, più che un’edizione di Invasioni sul tema dell’acqua, mi sembra un’edizione che fa acqua da tutte le parti. Per tanti motivi. Innanzitutto per il livello musicale che mi pare sia in netto contrasto con la filosofia del festival. Con tutto il rispetto per i Negramaro, che sono un buon gruppo di pop italiano e per gli altri gruppi di cui conosco poco la storia. Poi ci sono i gruppi locali. Per questi credo che Invasioni non sia il contesto giusto dove farli suonare, perché trovo demagogico farli esibire in questa manifestazione. In origine Invasioni aveva delle linee guida ben precise, almeno sino a quando io ho guidato l’assessorato, perché doveva essere solo una vetrina di musica internazionale, all’interno della quale andavano ricercati i filoni delle nuove tendenza, per interrogarsi su dove stava andando la musica moderna, e allo stesso tempo riscoprire e riportare alla ribalta, artisti del passato che meritassero un approfondimento perché rappresentavano le radici, la tradizione della musica rock. Questo il discorso portato avanti da noi. Io non dico che il festival dovesse essere sempre così, ben vengano le novità ed i cambiamenti, che a volte sono opportuni. Solo che devono essere ben motivati. Per noi Invasioni era un incrocio di linguaggi, di storie, un corto circuito fra mondi ed etnie diverse, per incontrarsi, per lasciarsi invadere così da diventare una realtà terza. La nostra era una proposta etico politica , contro la logica del buttare a mare gli invasori, anche perché gli invasori di oggi, che sono i disperati, i più deboli, non sono quelli di duemila anni fa che erano i più forti. Così lasciarsi invadere dai più deboli, rappresentava anche una forte idea di cosentinità, perché la gente Bruzia, è sempre stata aperta e curiosa, per cui prima di prendere la spada e combattere, voleva capire chi erano gli invasori. Cosenza è sempre stata la città delle fiere, degli scambi culturali e commerciali, piuttosto che quella delle guerre. L’invasione significava diventare un popolo meticcio, un popolo più complesso. Noi ritenevamo che questo fosse un discorso storico che avesse una forte attualità. Oggi francamente mi pare che non vi sia nulla di tutto questo, sono solo dieci giorni di spettacolo l’uno diverso dall’altro, anche validi, Paolo Rossi ed i Negramaro saranno anche bravi nel loro genere, ma non vedo cosa c’entrino l’uno con l’altro, e soprattutto non mi sembra che invadano la città. In pratica si tratta di una piccola rassegna i estiva, per cui mi chiedo se è il caso di portarla avanti.Qual è il suo giudizio sulle edizioni svolte durante la giunta Catizone?
Non le ho molto amate, per due ordini di motivi. Il primo è che il festival aveva tradito l’idea dell’invasione della città, per me Invasioni era anche un discorso urbanistico sulla città.Fu quello il primo segno di declino della manifestazione, renderla stanziale piuttosto che itinerante come alle origini?
Quella era una delle idee forti della Festa. Tra l’altro le prime due edizioni sono proprio quelle di cui il pubblico si ricorda maggiormente, proprio per la forza invasiva che faceva ripensare ai contesti del quotidiano in un modo diverso. Anche la centralità del convegno rispetto agli spettacoli, è stata tradita. All’inizio una buona fetta del budget era impegnata sul convegno, proprio perché questo era pensato in maniera seria. Noi avevamo fortemente voluto la presenza in città dei grandi storici, nella prima edizione, i poeti internazionali nella successiva. Era dal convegno che si evinceva la forza della Festa delle Invasioni, che diventava un festival di idee invece che di spettacolarità. Devo comunque riconoscere a chi ha organizzato il festival negli ultimi anni, di avere mantenuto la dignità della manifestazione, mentre oggi credo che questa difesa minima venga a cadere definitivamente. Secondo lei è giusto che la giunta Perugini abbia fatto piazza pulita delle professionalità che hanno portato avanti il festival negli ultimi anni? A parte il nome della manifestazione non hanno salvato nulla.
Certamente no, sia da un punto di vista etico politico che da quello delle professionalità acquisite. Se guardiamo ad altre esperienze regionali, non mi risulta che il comune di Roccella Jonica abbia mai pensato di fare Rumori Mediterranei senza l’Associazione culturale Jonica, ne quello di Castrovillari, approntare un’edizione della Primavera dei Teatri, senza avvalersi delle competenze del gruppo Scena Verticale. Non mi riferisco all’aspetto giuridico, mi importa poco delle leggi, del copyright e quant’altro. Trovo che per una giunta, specialmente di centro sinistra, non sia una buona politica eliminare una serie di persone che costituiscono un patrimonio professionale per la città, un accumulo d’esperienze realizzate in dieci anni, solo per metterci i miei uomini. Sembra una logica di potere che svilisce il patrimonio umano di una città.In quest’ottica il progetto Invasioni è fallito perché non si è affrancato dalla politica, raggiungendo uno status economico-giuridico capace di essere autonomo. Chi ha sbagliato? Che tipi di errori sono stati commessi?
C’è stato sicuramente un errore organizzativo. Anch’io credo di avere delle responsabilità in questo senso, perché ad un certo punto quando mutarono le condizioni politiche con il cambio della Giunta Mancini-Catizone, io preferii continuare il mio lavoro altrove, Quelli che restarono, rimasero fedeli all’idea di non dare una forma giuridica autonoma al gruppo e di conseguenza al festival. Fecero la scelta più comoda di far pagare tutto al comune e di avere un riconoscimento professionale dall’Amministrazione Comunale dell’epoca. Una scelta che forse ha pagato nell’immediato, ma che alla lunga si è rivelata perdente perché loro sono apparsi come dei consulenti del Sindaco perdente e per questo fatti fuori in seguito. Loro erano delle figure professionali sganciate dalla logica dell’appartenenza partitica. La mancanza di una seria riflessione sulla forma giuridica da dare alla festa delle Invasioni, ha fatto si che venissero scambiati per semplici appartenenti all’esercito dei consulenti del Sindaco Catizone, e di conseguenza cacciati insieme a lei.Una cosa analoga è avvenuta a Rende. Il problema a quanto pare è quello di una classe politica e di una città che non riconoscono la competenza in questo settore, a persone che vi lavorano da anni e che hanno maturato un livello professionale invidiabile.
I politici vogliono che sia così. Loro vedono la cultura come un qualcosa che somiglia molto alla propaganda, alle campagne elettorali o, se vogliamo usare una parola un po’ nobile, alla comunicazione. Ma la cultura con questi aspetti non c’entra niente. La cultura è qualcosa di autonomo e importante che spesso va in conflitto, con gli interessi dei politici. Quest’ultimi, di contro, vedono la cultura come un fiore da portare all’occhiello, ma contemporaneamente la considerano una cosa inutile, rispetto ai lavori pubblici all’urbanistica. Di contro anche gli operatori culturali non si sono mai battuti abbastanza per difendere l’autonomia del loro lavoro e continuano a riempire le anticamere del politico di turno. Un esempio illuminante i questo senso sono gli operatori teatrali che non hanno mai pensato di fare squadra in comune, ma hanno sempre cercato rientrare nelle grazie del politico di turno che desse a loro e non agli altri, un po’ di finanziamenti.Quindi non esiste una logica del bene comune, del proporre qualcosa rivolto ai cittadini, quanto piuttosto alla propria esperienza lavorativa che deve capitalizzare quanto più possibile, in poco tempo. Manca il senso di cittadinanza negli operatori culturali cosentini?
C’è molta confusione in questo campo, tanto da fare di tutta l’erba un fascio. Da una parte esistono gli impresari privati che altro non fanno che un’opera di intermediazione tra chi vende spettacoli e chi poi li compra, speculandoci sopra. Loro comunque non sono degli operatori culturali. Non si pongono il problema dell’innovazione, dell’intervento sul territorio. D’altra parte gli operatori delle associazioni, non fanno squadra se non in rari casi, come avvenne quando eravamo assessori io a Cosenza, Francesco Madrigrano a Cerisano e Mimmo Talarico a Rende, quando economizzammo le risorse e offrendo una proposta musicale al territorio dell’area urbana, che avesse senso, con il rock internazionale a Cosenza, la nuova musica italiana a Rende ed il jazz a Cerisano. Si pensava insieme ribaltando una logica che voleva gli avvenimenti tutti proposti lo stesso giorno facendosi una concorrenza spietata.Un altro motivo che frena la crescita è il rapporto tra evento proposto e capacità di attrarre un pubblico numeroso. Perché l’amministratore della cosa pubblica, a fronte di una spesa cospicua, non chiede lumi sulla portata culturale dell’evento, ma solo sulla sul potenziale successo di pubblico. Come si super questa logica perversa?
Anch’io ho dovuto ragionare secondo quest’ottica, anche se l’On.le Mancini aveva molta fiducia in me e mi lasciava fare, se avessi riempito di vuoti le piazze, probabilmente mi avrebbe cacciato. Ad Invasioni per fortuna è successo qualcosa di analogo ad altre esperienze, tipo Umbria Jazz oppure Pistoia Blues. Il festival ha acquistato di credibilità ed il pubblico si è fidato, seguendolo indipendentemente dai nomi in cartellone. Questo credo significhi fare politiche culturali, cioè creare le condizioni per cui le persone si avvicinino a qualcosa che non conoscono e che possa in qualche modo sorprenderli. Se andiamo a seguire sempre le cose che sappiamo, siamo nel consumismo e non nella cultura. Cultura è quando ci mettiamo in discussione, quando l’evento che abbiamo davanti rompe le nostre certezze, abbatte i nostri schemi, ci fa riflettere. Naturalmente ci vuole misura anche in questo, non si può continuare a proporre solo spettacoli dirompenti, scelte estreme in un contesto che non funziona. E’ solo con la progettualità e la continuità che puoi garantirti dei risultati con delle cose meno commerciali, meno facili.Oggi siamo ad una sorta di anno zero se si finanziano i concerti di D’Alessio piuttosto che di altri, forse si è perso il senso della misura, non si mettono a fuoco gli obiettivi?
Il discorso è complesso e a me non piace parlare per categorie radicali. Credo che la distinzione fra prodotti commerciale e prodotti artistici o perlomeno di ricerca culturale vada fatta ed abbia ancora senso. Così come lo stato non finanzia un film di Lino Banfi, mentre uno di Belloccio si, ha senso. Analogo discorso andrebbe fatto in campo musicale. Il concerto di D’Alessio va bene e si può fare a pagamento, perché accorrono migliaia di spettatori e così il concerto si paga da solo. Ci sono altri concerti che non si potrebbero mai mantenere sul piano economico, perché hanno una complessità artistica che richiama folle molto più contenute. E’ lì che deve intervenire il finanziamento pubblico a sostegno dell’arte nazionale. Oggi assistiamo ad un paradosso: il finanziamento lo diamo al concerto di Gianni Morandi che così si paga due volte, una dal pubblico che paga il biglietto ed una dall’ente che elargisce il finanziamento, ed invece non diamo niente agli eventi culturali veri, perciò non si fanno, oppure se si fanno bisogna andare a Roma oppure a Mantova, in città dove c’è un assessore illuminato che crede in questo tipo di avvenimenti. Così poi non si favorisce la crescita culturale di una collettività alla quale si dà solo panem et circenses, ma non favorisce nessun dibattito, nessuna crescita culturale.Come ci si risolleva da questo limbo nel quale sembra sprofondata Cosenza? Chi dovremmo coinvolgere in questo dibattito che abbiamo avviato con questa intervista?
A dire il vero insieme a Luca Ardenti avevamo tentato di realizzare, non un’edizione alternativa al festival che non avrebbe senso, ma un momento di spettacolo e di dibattito pubblico in cui la città fosse informata su quanto è successo e sta succedendo. Poi tutto è saltato per mancanza di fondi. Innanzitutto al dibatto deve partecipare il gruppo storico che ha ideato il festival e lo ha portato avanti negli anni. Poi le associazioni culturali che operano in città, ma anche i semplici cittadini che hanno vissuto il festival ne hanno fruito negli anni. Vedremo se Invasioni riesce ad essere occasione di dibattito nella città, se riesce a rianimare anche una piccola fetta della città, oppure se sarà un’anonima rassegna di spettacoli. Io essendo cittadino di Cosenza, spero vada benissimo. Dopo bisognerà avviarlo questo dibattito, rimettersi a discutere seriamente, guardando ad Invasioni come ad un gioco di potere, non come è avvenuto mesi fa con il Sindaco a dire Invasioni è mio, invasioni è tuo, perché Invasioni è solo una parola, un nulla. Il miracolo d’Invasioni è stato che la città questo festival l’ha sentito come suo, come la fiera di S. Giuseppe. Questo è il patrimonio da difendere, il punto da cui ripartire l’anno prossimo.