Il senso del Festival delle Invasioni
Viste le cose che si vanno dicendo e scrivendo su “Invasioni”, mi sembra necessario provare a chiarire i termini della vicenda.
Sul festival si potrebbe parlare a lungo; ma a mio avviso le sue caratteristiche davvero centrali sono due. La prima è che “Invasioni” ha rappresentato un raro, e felice, momento di autentica politica per i giovani. Quei giovani che, al di là delle retoriche e delle demagogie, si sentono essenzialmente estranei alla nostra città, ospiti che non comprendono e non sono compresi. Si aggirano per le strade, traccheggiano fra un pub e l’altro, con la convinzione che non c’è posto per loro, che dovrebbero e vorrebbero essere, vivere, altrove. Durante “Invasioni”, invece, quei giovani si sentono a casa. Ma non come potrebbe accadere in un centro sociale o in una assemblea scolastica: no, si tratta di un raro prezioso momento in cui si sentono uniti al resto della città, sentono di appartenervi. Conosco decine di studenti universitari fuorisede che tornano, che tornavano, a Cosenza apposta per “Invasioni”: e che di Invasioni parlavano, nelle loro sedi lontane, talvolta conquistavano amici e li portavano fin qui, manifestavano un non frequente orgoglio di far parte della comune città.
La seconda caratteristica è che “Invasioni” non è mosso dallo spirito del consumismo culturale, non si risolve in eventi effimeri da bruciare, ma nasce da una forte motivazione etico-sociale, che è rivolta alla città e al mondo. Al mondo perché vuole indicare le migrazioni del nostro tempo come ricchezza e non come problema da eliminare, e spingere a vedere nello straniero che viene non un usurpatore ma una opportunità di conoscenza e di vita. Alla città perché spinge a recuperare il centro storico nella sua funzione originaria di fulcro morale della vita cittadina, e a rimettere in gioco energie cittadine che invece debordano verso l’emarginazione. Uno dei momenti più belli del mio quinquennio di assessore è stato quando a Punta di Cirella, dove concludevamo “Invasioni di Poesia” in una striscia di terra deserta che avevamo trasformato in luogo di incontro coi poeti, il presidente di una cooperativa sociale (di cui tutti i componenti avevano precedenti penali) venne a chiedermi di poter chiamare la loro cooperativa “Invasioni”. Il percorso si chiudeva: la politica culturale era diventata strumento di riscatto sociale.
Se parliamo di “Invasioni”, io ritengo che parliamo di tutto ciò: è questo che preme alla città, è questo il bene immateriale che merita di essere preservato e rigenerato. Tuttavia dall’amministrazione comunale in questi mesi stanno provenendo discorsi, purtroppo non solo sul festival ma un po’ su tutta l’attività culturale, che si possono sostanzialmente racchiudere in due frasi. La prima è “Invasioni è mio e me lo gestisco io”. La seconda è “Unn’avimu sordi”. Il primo argomento è quello relativo al “potere”, o se si vuole al controllo del territorio. Ai vincitori che si dividono fra loro il “bottino”. Solo che nel caso di “Invasioni” il discorso è assurdo. “Invasioni” è una parola, è un vaso vuoto. Di quanti flop avranno ancora bisogno, per capire che stringono fra le mani il nulla? Cosa è, oggi, la Casa delle Culture, e cosa la differenzia (a parte l’odore di hamburger) dalla sala di McDonald’s?
Anche l’argomento dei soldi, che pure non trascuro, non è decisivo. Le prime edizioni di “Invasioni” costavano centocinquanta milioni di lire, e sono rimaste memorabili per molti. Il “gruppo musica” che organizzava il festival, allora, prendeva solo, quando andava bene, qualche rimborso spese; e difatti qualcuno è andato via, perché non accettava di lavorare gratis. Il Museo del Presente, che ho diretto negli ultimi anni, ha vissuto con un budget annuale, per tutte le attività, di ventimila euro: eppure tutti hanno apprezzato la sua vitalità e l’abbondanza di opportunità che ha offerto ai cittadini di Rende. D’altra parte, ci sono enti che non riescono a spendere i soldi che hanno. Senza progettazione, senza politiche pubbliche per la cultura, non si va da nessuna parte. E senza la capacità e l’umiltà di ascoltare tutti, i fruitori della cultura che poi sono i veri protagonisti degli eventi culturali. Ma non nel senso, populista e provinciale, di fare i festival coi gruppi locali; piuttosto, coinvolgendo più persone possibile nella discussione che deve precedere e determinare l’evento.
Una seria discussione sul festival implicherebbe intanto l’avviamento di una forma giuridica adeguata, ad esempio una fondazione. A cui partecipino, nel reciproco rispetto delle dignità, il Comune, il gruppo che ha fatto il festival in tutti questi anni, e altri enti pubblici che devono necessariamente essere coinvolti. Poi, l’Ente Festival dovrà “porsi in ascolto”, e nell’anno che precede l’evento rendere possibile l’effettivo coinvolgimento di tutta o almeno larga parte della città, nelle sue associazioni e nei cittadini che hanno voglia di mettersi in gioco.
Finora, a me personalmente dall’amministrazione comunale sono venute due proposte. La prima è stata quella di entrare nel Festival sostanzialmente “al posto” di Luca Ardenti e degli altri che l’hanno organizzato in questi anni. La seconda di diventare direttore onorario del Festival. La prima proposta mi è sembrata, francamente, moralmente indecente. Quanto alla seconda, di diplomi, trofei e medagliette ho già piena la cantina.
Franco Dionesalvi