La filosofia di Invasioni
Invasioni nasce da una riflessione sul nostro tempo e da una intuizione sul ruolo che la città di Cosenza può svolgervi. Cosenza è città che, nella storia, ha subito cento invasioni. Lingue e dialetti, razze ed etnie si sono succedute le une alle altre. Peculiare è tuttavia l’atteggiamento che la città dei Bruzi ha spesso assunto verso gli invasori: la curiosità verso l’altro, il desiderio di conoscere hanno fatto da contraltare alla difesa innata del territorio, inducendo ad un atteggiamento di incontro che, nel tempo, ha prodotto incroci di razze e avvicendamenti di lingue e di abitudini piuttosto che guerre civili.
La città di Alarico ancora oggi fa prevalere interesse per l’altro e spirito di ospitalità a ogni idea di difesa del territorio e tutela della razza. In questo discorso, la vicenda di Alarico costituisce su di un piano simbolico l’asse portante: Alarico significa la “tabula rasa”, con conseguente metamorfosi, determinata dalla calata dei barbari. Ma a quella leggenda si lega anche la vicenda del tesoro nascosto, o del tesoro perduto; dunque la città che possiede un tesoro che non conosce, metafora che coinvolge tutto il genere umano. Inoltre Cosenza è città della tolleranza che accoglie e assorbe le razze senza respingerle, anzi se ne lascia trasformare: da qui nasce l’idea di un festival che abbia una traccia riconoscibile di legame con la città la sua storia ed il suo sviluppo: la “festa delle invasioni”.
Dieci giorni di eventi culturali e spettacolari diversi fra loro ma uniti dal filo conduttore delle culture che si incontrano, si scontrano, si compenetrano, e dei flussi migratori che impastano, rinnovano e travolgono i calendari, i programmi umani, i destini.
Il nostro tempo, peraltro, è caratterizzato da una intolleranza verso lo straniero che, attraverso valutazioni economiche e geopolitiche meramente di facciata, svela atteggiamenti razzisti e di odio e aggressione verso l’immigrato. La pulizia etnica del Kosovo è solo una fase un pò più avanzata di quello stesso atteggiamento che porta gli albergatori a non dare camere agli africani, i residenti a non volere rom nelle case a fianco, i rappresentanti dei cittadini a promuovere leggi e regolamenti che linitano i diritti degli immigrati.
La “festa delle invasioni” vuole contrapporre a questi sentimenti assai diffusi e perniciosi, l’idea dell’accoglienza e dell’integrazione intese non soltanto in senso logistico. Lasciarsi invadere, nel senso di lasciare che l’altro acceda in noi. Cogliere che soltanto attraverso le fusioni l’umanità può rigenerarsi e l’immigrato che viene non minaccia le nostre proprietà , ma invece ci dà la sua ricchezza.
Ecco, la lezione delle “invasioni”. Solo lasciandoci invadere potremo salvarci. Solo fondendoci con altri popoli salveremo il “nostro”. Solo accettando l’incontro con l’altro andremo verso una metamorfosi, verso una realtà “terza” che sarà la risultante della nostra e dell’altra, invece che vedere noi stessi ingiallire, invecchiare, morire. Abbiamo bisogno dell’altro, della sua energia, della sua lingua, del suo ritmo, del suo colore. Ma riusciremo a guardarlo, invece che a sparare?
Al di là della dimensione “puramente” politica di Invasioni, ma strettamente legata ad essa, è la sua dimensione spettacolare. Fin dall’inizio della sua gestazione si è voluto che Invasioni non fosse un festival monotematico (solo di jazz, rock, o arti visive) e si è invece pensato di offrire, attraverso arti, musiche, spettacolo, uno sguardo sulla realtà che cambia e di cogliere i segni e i simboli della sua complessità . Questo significa puntare su artisti ed espressioni di ricerca di senso, oltre che di forme. L’arte, la musica, nelle loro manifestazioni più urgenti e sincere (come i “ponchos” di “donna Añada” della saga di Manuel Scorza) non hanno mai rinunciato ai colori e alle “visioni” anche quando terribili, del futuro; esse hanno comunemente preceduto la miopia della politica (di questa politica), e non hanno mai rinunciato all’utopia. Ora è un fatto che gli steccati fra i generi di una stessa arte e fra le arti lasciano il tempo che trovano. Ma contaminare può essere oggi una semplice tendenza a subire passivamente la fascinazione della multimedialità , oppure essere una tensione a provarsi ad aprire un varco, una lacerazione nella lettura, oramai tristemente monistica, delle cose del mondo. Sono queste le musiche e le arti che cerchiamo per Invasioni. In tal senso il festival prova a rendere il pubblico “più artistico”, anziché adeguarsi, pur di avere successo, all’imbarazzante livellamento in basso o rincorrere “pacchetti” belli e pronti con osanna tutto compreso. Spetterà allora ai cosentini e a quelli che da fuori, si spera, verranno apposta per Invasioni, lasciarsi invadere, lasciare che qualcosa accada dentro. Invasioni vuole in questo modo parlare a tutti, ma nello stesso tempo non nasconde di nascere animato da un grande amore verso Cosenza, il sud e i sud. Muovere gli sguardi, portare luci, poesia e colori nei posti degradati della città , in quelli “tristi come un deposito di gomme”, trasformare sia pure per un’ora e mezza le strade, le piazze e quelli che le abiteranno, per un’ora e mezza, diversi, felici e folli, è anche questo un desiderio di Invasioni.